2 GIUGNO

1882                                                            2002

NUMERO UNICO A CURA DELLA SOCIETA' CONSERVATRICE DEL CAPANNO GARIBALDI DI RAVENNA 

2 GIUGNO: ANITA, UN'EROINA PER LA REPUBBLICA
Carlo Simoncelli

Le rievocazioni storiche, le date, i luoghi, consentono di tracciare un percorso che, attraverso i secoli, concettualmente, collega agli eventi storici i valori ideali, duraturi e fondanti, della libertà, della democrazia, della patria, dei diritti e dei doveri, della repubblica dei cittadini, dell'essere laici.

LE DATE

- 2 giugno 1882: la morte di Giuseppe Garibaldi.
- 2 giugno 1946: il referendum popolare a favore della Repubblica.
- 2 giugno 2001: il ripristino della festa nazionale della Repubblica Italiana.

Il luogo: la Fattoria Guiccioli ove sul calar della sera del 4 agosto 1849 Anita esalò il suo ultimo respiro fra le braccia di Garibaldi, in fuga dagli sbirri nemici austriaci e pontifici, dopo che l'Assemblea, Costituente, il 1 a luglio, aveva decretato la cessazione della difesa della Repubblica Romana, nel pieno sviluppo della Trafila garibaldina nel territorio ravennate, con l'obiettivo di recare aiuto ai difensori di Venezia, insorta per liberarsi dal giogo austriaco.

Quella Repubblica Romana che Giuseppe Mazzini, i Triumviri, l'Assemblea Costituente, i patrioti, avevano propugnato dando concretezza e forma statuale, in Italia, agli ideali dell'Illuminismo e della Rivoluzione Francese; quella Repubblica Romana che Garibaldi aveva strenuamente difeso con il sangue e con il fuoco dei suoi legionari sui colli e nelle ville romani; la sua Costituente il 1° luglio del 1849, proprio nel momento in cui le truppe della Francia Repubblicana stavano per entrare in Roma, costituiscono gli elementi fondanti di ciò che circa un secolo dopo si sostanzierà nella scelta referendaria della Repubblica e nella successiva Costituzione del 1° gennaio 1948.

Gli eventi del 1946 e del 1948 rappresentarono il compimento dell'epopea storica del nostro Risorgimento, i cui valori vanno difesi contro i recenti tentativi di revisionismo storico e di rivalutazione delle correnti ideali, papaline e monarchiche. Inoltre, in questa difesa, va proclamata l'unicità del Risorgimento, senza distinzioni fra primo e secondo, sulla base della visione mazziniana della Repubblica, come la forma di stato più idonea.

Guai ai popoli che non coltivano, non rinnovano, non rendono duraturi i valori ideali e civili del loro convivere, della loro patria e non celebrano adeguatamente la ricorrenza degli eventi fondamentali!

L'idea di Repubblica e la memoria della Repubblica Italiana, come di quella Romana, devono essere costantemente tenute vive, in un contesto di rapida trasformazione e di sostituzione di molti valori simbolici, perchè il loro intrinseco significato è quello di una profonda innovazione democratica intervenuta nella storia italiana, soprattutto se riferita alle sue origini drammatiche e contrastate.

Oggi, quindi, deve essere un giorno di gioia e di felicità, perchè la Festa della Repubblica Italiana ritorna ad essere celebrata proprio il 2 giugno, dopo lo scippo perpetrato anni or sono, quando, fra l'indifferenza generale, fu affastellato in un unico fascio lo spostamento di questa festa laica e civile insieme ad altre feste religiose alla prima domenica successiva.

Il merito e l'onore vanno ascritti a Carlo Azeglio Ciampi che, prima di essere l'attuale Presidente di tutti gli Italiani, è stato partigiano, antifascista, azionista, ispirando tutta la sua vita agli ideali ed ai principi del laicismo, ed ha rivalutato (sono parole recentissime del filosofo Norberto Bobbio) in modo semplice e senza retorica, l'amore di patria, rappresentando benissimo 1'Italia.

Il ripristino di questa festa deve consentire oggi a tutti, nel celebrarla, di rivivere le nostre origini repubblicane, secondo le proprie convinzioni storiche ed ideali: in base al principio della tolleranza, non devono essere cancellate le pagine tragiche della storia, deve essere concesso spazio alle tesi dei vinti, comunque, nella condivisione del primato della Repubblica.

Oggi i soci della Società Conservatrice del Capanno Garibaldi, gli associati alla Fratellanza Garibaldina, e tutti quanti coltivano la memoria dell'Eroe, devono essere felici di poterlo commemorare ufficialmente di nuovo il 2 giugno, nel corso di questo pellegrinaggio laico e civile attraverso i luoghi più significativi della Trafila ravennate, che si conclude qui. Qui, davanti al busto di Anita, che un socio benemerito della nostra Società, l'insigne scultore Giannantonio Bucci, recentemente scomparso, forgiò per ricordare l'Eroina a tutte le genti, così come fece per altri eroi del Risorgimento. L'artista l'ha ritratta secondo i canoni somatici della tradizione: viso ovale, occhi grandi, capelli sciolti e abbondanti; ma ha saputo infondere nel bronzo il piglio dell'eroina. Lo sguardo fiero e sicuro, il portamento eretto, il sorriso dolce, riflettono il carattere deciso e volitivo di Anita, la sua intelligenza, ma anche la sua sensibilità e la sua serenità nel cimentarsi nelle prove più ardue della sua travagliata esistenza: la fedeltà al compagno della sua vita, nell'assolvi mento dei suoi doveri di donna, di moglie, di madre; l'amore per i valori della libertà, per cui tanto si batte fino all'estremo sacrificio. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie: "Se vi fu colpa, fu tutta mia. Se l'anima di un'innocente ha patito, io solo devo risponderne e ne ho risposto. Ella è morta, suo padre è vendicato. Là, presso le bocche dell'Eridano, il giorno in cui, sperando disputarla alla morte, serrai convulsamente i suoi polsi per contenerne gli ultimi battiti, raccoglievo sulle mie labbra il suo sospiro fuggitivo, stringevo un cadavere. In quel giorno, conobbi tutta la grandezza del mio fallo."

L'errore e la colpa Garibaldi li riferiva al fatto di avere tratto con se Anita da oltre oceano e averla avuta a fianco nel suo peregrinare. Ma i due personaggi erano nati per intendersi, amarsi, combattere insieme, per condividere affetti, desideri, gioie, dolori, sofferenze, stenti, fino alla morte in solitudine nella pineta di Ravenna.
Anita seguì volontariamente l'audace giovane italiano, così come volontariamente decise di raggiungerlo durante l'estrema difesa di Roma, quando da Nizza, in cui dimorava con i figli e già incinta, dopo avere eluso le truppe austriache mescolandosi abilmente alle popolazioni locali ed essersi infiltrata fra quelle francesi, si ricongiunse al marito.
Così come, sebbene colpita da febbre maligna, non volle lasciare Garibaldi che, sotto le mura del Monte Titano aveva chiamato a raccolta i suoi per proseguire la fuga e per non scendere mai a patti con lo straniero. Anche nel punto estremo della sua vita, secondo il racconto di Nino Bonnet, fu Anita, con gli occhi che luccicavano come carboni ed l pallore della morte sul volto, a supplicare di non essere distaccata da Garibaldi, dimostratosi di fronte alla devozione della moglie ed al suo grande dolore. Anita nutriva il timore di perdere il marito, di non poterlo un giorno più rivedere e quando l'ora suprema fosse per lui  arrivata, avrebbe voluto essere presente, anche lei, unita al marito dallo stesso sentimento d'amore per la libertà dei popoli. Dopo la scomparsa della moglie, Garibaldi fu discreto sul nome di Anita e, quando lo ricordava, quasi piangeva: era un silenzioso, ma eloquente elogio funebre.

La scomparsa di Anita gli cambiò l'umore, la vita, lo spirito. Comprese che la sua gioventù era tramontata. Si fece più riflessivo, abbandonò l'impulsività e l'ardore degli anni giovanili. Uno storico ha romanticamente definito Anita una martire dell'amore, sempre al fianco di Garibaldi, in ogni avventura e pericolo, per essere pronta a difenderlo, a medicarlo, a combattere nella mischia, a marciare, a cavalcare, a sacrificare la sua natura di donna, di moglie, di madre, per essere più utile dall'uomo che amava. La voce della fama che circonda questa figura femminile affascinante, ha dipinto Anita come intrepida al fuoco, terribile negli assalti, usa a sfidare il caldo, la sete, la paura alla pari degli uomini più valorosi e più forti. Ella può ben essere considerata come il simbolo ideale della donna animata dalla passione dell'amore nutrito verso l'uomo che sapeva consolare in tutti i momenti della vita, sui campi di battaglia, in mezzo ai pericoli ed al turbinio della morte ed accanto al quale voleva vivere o morire, in nome della libertà, come la stele, qui, a fianco del monumento ad Ella dedicato, ben ricorsa a imperitura memoria.

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