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GIUGNO
1882 2003 |
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| NUMERO UNICO A CURA DELLA SOCIETA' CONSERVATRICE DEL CAPANNO GARIBALDI DI RAVENNA | ||
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Verità
sulla scoperta della salma di Anita |
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| Garibaldi, insieme ad Anita malata e ai garibaldini, lasciò Roma dopo che la Costituente della Repubblica Romana aveva decretato la cessazione della difesa della città. Poi compiuta la prodigiosa ritirata attraverso l' Appennino, s'imbarcò con parte dei garibaldini, la mattina del 2 agosto 1849 a Cesenatico su 13 bragozzi, veleggiando per Venezia. Il tragitto da Roma fino a Cesenatico, e da questa cittadina l'imbarco e lo sbarco forzoso di parte di essi a Magnavacca, ora Porto Garibaldi, l'attraversamento delle Valli di Comacchio, per raggiungere il confine con il Comune di Ravenna, fu tutta un'avventura per superare ostacoli, difficoltà, privazioni, stanchezza e il peggioramento dello stato di salute di Anita. Garibaldi, con Anita e il Maggior Leggero, arrivò alla fattoria Guiccioli a Mandriole di Ravenna la sera del 4 agosto 1849 alle ore 19,45; poco dopo Anita morì nell'abitazione del fattore Stefano Ravaglia. Le pattuglie Austro-Papaline giravano per la campagna perquisendo le abitazioni alla ricerca di Garibaldi e fare trovare la salma di Anita avrebbe procurato guai seri a tutti i componenti della famiglia che l'aveva ospitata. Il Ravaglia, dopo aver consultato i famigliari e gli amici presenti, decise, con l'aiuto di Luigi Petroncini, di Pietro Patella, ambedue del luogo e dei fratelli Geremia e Gaspare Baldini di Ravenna, di trasportare la salma nella motta della Pastorara, zona più alta rispetto al piano della Landa, dove il Petroncini scavò una fossa per porre il cadavere dell'eroina. Il fascicolo di Anita Garibaldi, scritto da Primo Gironi verso la fine del 1800 sulle vicende nella fattoria Guiccioli dopo la morte di Anita, merita una precisazione. Il Gironi scrive che la mattina del 10 agosto una giovinetta, tale Pasqua Dal Pozzo, soprannominata "Speranza", di anni 17, sorvegliava con alcuni ragazzetti dei bovini che pascolavano nella Landa della Pastorara, vide nella motta una mano umana affiorare dalla sabbia. Corse a casa, che era poco distante, a raccontare ai genitori ciò che aveva visto. La famiglia Dal Pozzo Angelo era della Parrocchia di Savarna, dove il 19 aprile 1835 nacque la bimba a cui venne dato come primo nome Speranza e secondo Pasqua, perche nata il giorno della celebrazione della S. Pasqua. Prima di raggiungere Mandriole Dal Pozzo, come colono dei Marchesi Guiccioli, fece sosta nella Parrocchia di S. Alberto dove nacquero altri due figli Giuseppe il 14 febbraio 1840 e Giovanni il 19 luglio 1842. A Mandriole la famiglia di Angelo, per errore di registrazione a S. Alberto o a Mandriole, prese il cognome Pozzi e solo nel 1904, con sentenza del tribunale di Ravenna, prese il vero cognome originale, "Dal Pozzo". Dalle ricerche ho constatato che non è stata la ragazzetta Speranza a vedere la mano affiorare dalla sabbia della motta della Pastorara, come riportano tutti i testi sull'argomento, ma tre ragazzi di cui due fratelli di Speranza, Giuseppe di anni 9 e Giovanni di anni 7, e il figlio del molinaro del luogo che allora era Petroncini il quale non poteva essere altro che Evaristo di 9 anni, coetaneo dei due ragazzi Dal Pozzo. La verità storica si deve desumere dalla lettera della direzione della polizia inviata al Presidente del Tribunale di 1° istanza di Ravenna risalente al 10 agosto 1849 alle ore 8 3/4 pomeridiane. Essa riporta: "Per mezzo di apposito espresso ora giunto, l'Incaricato politico in S. Alberto mi ha rimesso rapporto, essersi a lui presentato certo Angelo Pozzi abitante alla Pastorara, Parrocchia di Mandriole, colono della famiglia Guiccioli, che ha denunciato, che i di lui figli Giuseppe di anni 8, e Giovanni di anni 7, in unione ad altro ragazzo figlio del Molinaro di quel luogo, hanno osservato questa mattina, in poca distanza dalla loro casa una mano disotterrata di cui il corpo è ancora coperto dalla terra...". La conferma che sono stati tre ragazzi viene anche dalla "Raccolta storica dal 1815 al 1860" del Conte Luigi Guaccimanni, persona stimata, in cui si afferma: "Alcuni ragazzi che nel giorno di venerdì 10 agosto 1849 avevano condotto un branco di tacchini a pascolare nella landa Pastorara s'accorsero che dei cani frugando in terra, avevano messo allo scoperto una mano umana con parte dell'avanbraccio." Infine abbiamo la relazione del fattore Stefano Ravaglia nella cui abitazione Anita morì che conferma: "Bisogna sapere che in detto giorno diversi ragazzi custodi delle bestie bovine che pascolavano sulla motta della nominata Pastorara avevano seco loro un cane che si mise a raschiare tanto che i ragazzi corsero per chiarirsi cosa cercava di svelare, ed adoperandosi anch'essi con bastoni poterono scoprire una mano del cadavere da noi sepolto che per casualità nell'accomodarla nella fossa siccome, fu operato in tempo di notte oscura, così gli sarà rimasto un braccio sporgente alla superficie della motta per cui la mano restava poco coperta." L'indomani del rinvenimento del cadavere il giudice processante Dott. Francesconi e il chirurgo primario dell'ospedale di Ravenna Dott. Foschini si recarono in loco per effettuare una visita a norma di legge e per constatare il fatto. Fu un accorrere per diversi giorni di curiosi e di polizia. La notizia portò scompiglio in tutti gli ambienti politici e militari Austro - Papalini, corse da Ravenna a Roma, da Roma a Vienna e in tutte le parti del mondo. Eseguiti gli accertamenti di polizia, il cadavere venne consegnato al Parroco di Mandriole, Don Francesco Burzatti che, dopo aver scritto nel registro dei morti il rinvenimento di un cadavere di una donna dell'età di circa 31 anni sconosciuta, la seppellì al cimitero della Parrocchia con aiuto del sacrestano Fanciullini. l due fratelli Stefano e Giuseppe Ravaglia vennero arrestati dalla forza pubblica e ritornarono nella propria famiglia dopo aver subito un mese di dura carcerazione. Questa è verità storica! |
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