2 GIUGNO

1882                            2001

 

NUMERO UNICO A CURA DELLA SOCIETA' CONSERVATRICE DEL CAPANNO GARIBALDI di RAVENNA 

 

Garibaldi visto dagli austriaci - Avventuriero, bandito o geniale condottiero?

 
 

È noto dalle vicende del Risorgimento che fin dalle sue primissime battaglie combattute in Italia, dopo quelle già celebri in sud America, la fama di Garibaldi si estese ben presto in tutta Europa ed anche in America del nord (come sappiamo gli fu offerto un incarico nell'esercito nordista durante la guerra di secessione negli Stati Uniti), ma questa fama non fu sempre quella di un eroe purissimo quale noi conosciamo e che poi si è definitivamente affermata.

Sin dagli esordi in Italia, nonostante l'entusiasmo dei volontari che accorrevano alle sue chiamate e delle popolazioni che accoglievano Garibaldi e i suoi quasi sempre con grande entusiasmo, la parte più retriva e conservatrice degli italiani, in particolare i clericali, mantenne sempre un'aperta diffidenza nei confronti del nizzardo.

Questo è ben noto, ma non tutti sanno come Garibaldi fosse giudicato dai più diretti avversari, cioè dagli austriaci che egli combattè sempre con estremo rigore e che da loro non fu mai battuto. Ora siamo venuti a conoscenza di alcuni documenti conservati nell'archivio personale dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe, mentre altre relazioni e rapporti custoditi presso il ministero della guerra austriaco erano già note.

Nel primo caso, si tratta di rapporti personali inviati dal maresciallo Radetzky direttamente all'imperatore scavalcando il ministro della guerra e lo stesso governo. Infatti, Radetzky, che era amico personale dell'allora giovanissimo imperatore, era stato invitato, con una lettera manoscritta di Francesco Giuseppe del 19 gennaio 1849, a trasmettere i suoi rapporti sulla situazione italiana direttamente all'imperatore. Perciò, in varie occasioni il vecchio maresciallo che, durante il periodo della Repubblica Romana, aveva occupato con le sue truppe tutta l'ltalia centrale: Toscana, ducati e Legazioni dell'Emilia Romagna, Marche e buona parte dell'Umbria, tenne informato Francesco Giuseppe dei movimenti della Legione garibaldina che era uscita da Roma la sera del 2 luglio 1849.

Si sa che Garibaldi, dopo avere confuso le idee dei francesi che lo inseguivano (dopo aver occupato Roma il giorno 3) fingendo di portarsi in Abruzzo e traendo in inganno anche le truppe spagnole e quelle borboniche, inizialmente pensava di dirigersi verso la Toscana per provocarvi delle insurrezioni popolari. Ma, avendo compreso che quest'idea non era realizzabile, decise poi di puntare verso l' Adriatico per imbarcarsi in qualche porto e recare aiuto a Venezia assediata che ancora resisteva dopo essere insorta nel marzo del 1848.

Perciò, entrato in Umbria, fiaccamente e vanamente inseguito da una divisione francese comandata dal generale Morris che però si fermò ad Orvieto, il nostro Eroe con la sua Legione entrò così nell'area controllata dalle truppe austriache sulle quali, avendo sia i francesi che gli spagnoli che i borbonici abbandonato ogni velleità di inseguimento, Garibaldi si trovò a fronteggiare in quel momento soltanto le truppe del 2° corpo d'armata austriaco del maresciallo von D' Aspre con le quali si era già scontrato nell'anno precedente nella breve campagna dell'estate 1848 durante la guerra promossa da re Carlo Alberto.

In quella occasione D' Aspre tentò inutilmente di catturare Garibaldi che combatteva con poche centinaia di uomini sulle montagne fra il lago Maggiore e il lago di Corno e si rammaricò apertamente di non averlo preso in trappola a Morazzone il 26 agosto dove ebbe luogo lo scontro più violento tra i volontari garibaldini e le truppe austriache. Intanto Radetzky aveva avvertito il governo svizzero e le autorità del Canton Ticino che se il "rivoluzionario Garibaldi" si fosse rifugiato in Svizzera egli lo avrebbe fatto inseguire dalle truppe austriache qualora non fosse stato subito disarmato ed internato. In verità poi, dopo quello scontro, Garibaldi sciolse il corpo dei volontari e si rifugiò a Lugano sfinito non solo per i combattimenti, ma per una violenta febbre che lo tormentava da alcuni giorni.

Il 2 settembre, pochi giorni dopo, in un rapporto al ministero della guerra a Vienna, Radetzky scriveva che: "Garibaldi, audace e intraprendente condottiero, ha rinunciato, almeno per ora, ai suoi piani di invasione".

E torniamo all'anno seguente 1849, quando Garibaldi si trovò nuovamente a confronto D' Aspre. Ma, questa volta il maresciallo austriaco controllava tutto il territorio della Toscana e buona parte dell'Umbria, mentre Garibaldi era alla testa di quella Legione che senza essere battuta aveva lasciato Roma.

Sappiamo bene che fu vano l'inseguimento delle truppe austriache, tanto che nel rapporto sulla mancata cattura di Garibaldi osservato nell'archivio di guerra di Vienna, il maresciallo D' Aspre scrisse: "Se durante la caccia a questo ardito guerriero non si poté avere un successo brillante, ciò è dovuto al fatto che le nostre truppe non poterono inseguire il nemico abbastanza rapidamente attraverso le montagne e lungo i sentieri appena tracciati. Il nemico cambiava direzione in modo sorprendente ed aveva l'astuzia di lasciare dietro di se una fortissima retroguardia, soltanto questa si poté raggiungere un paio di volte". Infatti, per gli eventi noti, la Legione garibaldina si disperse più tardi, ma non fu mai battuta e l'Eroe superò mille agguati e pericoli senza essere catturato.

Infine il bando del generale Gorzkowski del 5 agosto 1849, quando le truppe austriache cercavano accanitamente i garibaldini dispersi dopo lo sbarco a Magnavacca, definisce Garibaldi ed i suoi "pericolosi individui" e "delinquenti" e minaccia il giudizio statario per chiunque gli avesse "scientemente aiutati". Non era la "giustizia militare sommaria", cioè la fucilazione che gli austriaci applicarono nei confronti di tutti i difensori di Roma sfuggiti all'assedio francese e da loro catturati a terra, ma qualcosa di molto simile, Bonnet e i Ravaglia imprigionati solo per il sospetto di avere aiutato Garibaldi, Anita e Leggero, evitarono quel giudizio poichè erano accusati di fatti avvenuti prima del 5 agosto.

Fatti comunque non provati per mancanza di testimonianze, dato il solidale silenzio degli abitanti di Sant' Alberto e Mandriole. Tutti sapevano, ma nessuno parlò. E le denuncie anonime in base alle quali erano stati arrestati non ebbero seguito, per cui dopo breve detenzione vennero scarcerati.

Solo dopo la sosta a San Marino e l'avventuroso quanto inutile tentativo di raggiungere Venezia e la susseguente "trafila" romagnola e poi quella Toscana, quando era riuscito a raggiungere la Liguria finalmente salvo, solo il 6 settembre 1849 i poliziotti di Vittorio Emanuele II arrestarono Garibaldi che credeva di essere fuori da ogni pericolo. L’opinione pubblica si ribellò e dopo pochi giorni Garibaldi dovette essere rilasciato per ripartire per un nuovo esilio dopo una breve sosta a Nizza per salutare la madre che vide per l'ultima volta. 

Abbiamo visto come Garibaldi fosse definito dagli austriaci audace e intraprendente condottiero, poi ardito guerriero, mentre ora si è venuti a conoscenza dei rapporti che Radetzky inviava direttamente all'imperatore e qui troviamo che la Legione garibaldina è definita banda di masnadieri (12 luglio 1849) oppure schiera degli insorti (28 luglio 1849) od ancora bande garibaldine (5 agosto 1849). E il famoso bando di Gorzkowski, come abbiamo visto, parla di pericolosi individui e di delinquenti (5 agosto 1849). Ovviamente questi giudizi sono influenzati dalle diverse situazioni del momento. Garibaldi e i suoi volontari furono sempre una spina nel fianco dell'impero austriaco che in quegli anni conosceva molte e tormentate vicende anche su altri territori, e specialmente in Ungheria.

Ma la storia ha fatto giustizia di tutti i fraintendimenti e delle volgari insinuazioni che non mancarono anche nei confronti dell'uomo puro e leale al quale, insieme con le predicazioni di Mazzini, si deve il maggior merito per il raggiungimento dell'Unità d'ltalia.

Tino Dalla Valle 

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