| È noto dalle vicende del
Risorgimento che fin dalle sue primissime battaglie combattute in Italia,
dopo quelle già celebri in sud America, la fama di Garibaldi si estese
ben presto in tutta Europa ed anche in America del nord (come sappiamo
gli fu offerto un incarico nell'esercito nordista durante la guerra di
secessione negli Stati Uniti), ma questa fama non fu sempre quella di
un eroe purissimo quale noi conosciamo e che poi si è definitivamente
affermata.
Sin dagli esordi in Italia, nonostante l'entusiasmo
dei volontari che accorrevano alle sue chiamate e delle popolazioni che
accoglievano Garibaldi e i suoi quasi sempre con grande entusiasmo, la
parte più retriva e conservatrice degli italiani, in particolare i clericali,
mantenne sempre un'aperta diffidenza nei confronti del nizzardo.
Questo è ben noto, ma non tutti sanno come Garibaldi
fosse giudicato dai più diretti avversari, cioè dagli austriaci che egli
combattè sempre con estremo rigore e che da loro non fu mai battuto. Ora
siamo venuti a conoscenza di alcuni documenti conservati nell'archivio
personale dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe, mentre altre relazioni
e rapporti custoditi presso il ministero della guerra austriaco erano
già note.
Nel primo caso, si tratta di rapporti personali
inviati dal maresciallo Radetzky direttamente all'imperatore scavalcando
il ministro della guerra e lo stesso governo. Infatti, Radetzky, che era
amico personale dell'allora giovanissimo imperatore, era stato invitato,
con una lettera manoscritta di Francesco Giuseppe del 19 gennaio 1849,
a trasmettere i suoi rapporti sulla situazione italiana direttamente all'imperatore.
Perciò, in varie occasioni il vecchio maresciallo che, durante il periodo
della Repubblica Romana, aveva occupato con le sue truppe tutta l'ltalia
centrale: Toscana, ducati e Legazioni dell'Emilia Romagna, Marche e buona
parte dell'Umbria, tenne informato Francesco Giuseppe dei movimenti della
Legione garibaldina che era uscita da Roma la sera del 2 luglio 1849.
Si sa che Garibaldi, dopo avere confuso le idee
dei francesi che lo inseguivano (dopo aver occupato Roma il giorno 3)
fingendo di portarsi in Abruzzo e traendo in inganno anche le truppe spagnole
e quelle borboniche, inizialmente pensava di dirigersi verso la Toscana
per provocarvi delle insurrezioni popolari. Ma, avendo compreso che quest'idea
non era realizzabile, decise poi di puntare verso l'
Adriatico per imbarcarsi in qualche porto e recare aiuto a Venezia
assediata che ancora resisteva dopo essere insorta nel marzo del 1848.
Perciò, entrato in Umbria, fiaccamente e vanamente
inseguito da una divisione francese comandata dal generale Morris che
però si fermò ad Orvieto, il nostro Eroe con la sua Legione entrò così
nell'area controllata dalle truppe austriache sulle quali, avendo sia
i francesi che gli spagnoli che i borbonici abbandonato ogni velleità
di inseguimento, Garibaldi si trovò a fronteggiare in quel momento soltanto
le truppe del 2° corpo d'armata austriaco del maresciallo von D' Aspre
con le quali si era già scontrato nell'anno precedente nella breve campagna
dell'estate 1848 durante la guerra promossa da re Carlo Alberto.
In quella occasione D' Aspre tentò inutilmente di
catturare Garibaldi che combatteva con poche centinaia di uomini sulle
montagne fra il lago Maggiore e il lago di Corno e si rammaricò apertamente
di non averlo preso in trappola a Morazzone il 26 agosto dove ebbe luogo
lo scontro più violento tra i volontari garibaldini e le truppe austriache.
Intanto Radetzky aveva avvertito il governo svizzero e le autorità del
Canton Ticino che se il "rivoluzionario Garibaldi" si fosse
rifugiato in Svizzera egli lo avrebbe fatto inseguire dalle truppe austriache
qualora non fosse stato subito disarmato ed internato. In verità poi,
dopo quello scontro, Garibaldi sciolse il corpo dei volontari e si rifugiò
a Lugano sfinito non solo per i combattimenti, ma per una violenta febbre
che lo tormentava da alcuni giorni.
Il 2 settembre, pochi giorni dopo, in un rapporto
al ministero della guerra a Vienna, Radetzky scriveva che: "Garibaldi,
audace e intraprendente condottiero, ha rinunciato, almeno per ora, ai
suoi piani di invasione".
E torniamo all'anno seguente 1849, quando Garibaldi
si trovò nuovamente a confronto D' Aspre. Ma, questa volta il maresciallo
austriaco controllava tutto il territorio della Toscana e buona parte
dell'Umbria, mentre Garibaldi era alla testa di quella Legione che senza
essere battuta aveva lasciato Roma.
Sappiamo bene che fu vano l'inseguimento delle truppe
austriache, tanto che nel rapporto sulla mancata
cattura di Garibaldi osservato nell'archivio di guerra di Vienna, il maresciallo
D' Aspre scrisse: "Se durante la caccia a questo ardito guerriero
non si poté avere un successo brillante, ciò è dovuto al fatto che le
nostre truppe non poterono inseguire il nemico abbastanza rapidamente
attraverso le montagne e lungo i sentieri appena tracciati. Il nemico
cambiava direzione in modo sorprendente ed aveva l'astuzia di lasciare
dietro di se una fortissima retroguardia, soltanto questa si poté raggiungere
un paio di volte". Infatti, per gli eventi noti, la Legione garibaldina
si disperse più tardi, ma non fu mai battuta e l'Eroe superò mille agguati
e pericoli senza essere catturato.
Infine il bando del generale Gorzkowski
del 5 agosto 1849, quando le truppe austriache cercavano accanitamente
i garibaldini dispersi dopo lo
sbarco a Magnavacca, definisce Garibaldi ed i suoi "pericolosi
individui" e "delinquenti" e minaccia il giudizio statario
per chiunque gli avesse "scientemente aiutati". Non era la "giustizia
militare sommaria", cioè la fucilazione che gli austriaci applicarono
nei confronti di tutti i difensori di Roma sfuggiti all'assedio francese
e da loro catturati a terra, ma qualcosa di molto simile,
Bonnet e i
Ravaglia imprigionati solo per il sospetto di avere aiutato Garibaldi,
Anita e Leggero, evitarono quel giudizio poichè erano accusati di fatti
avvenuti prima del 5 agosto.
Fatti comunque non provati per mancanza di testimonianze,
dato il solidale silenzio degli abitanti di
Sant' Alberto e Mandriole. Tutti sapevano, ma nessuno parlò. E le
denuncie anonime in base alle quali erano stati arrestati non ebbero seguito,
per cui dopo breve detenzione vennero scarcerati.
Solo dopo la sosta a
San Marino e l'avventuroso quanto inutile tentativo di raggiungere
Venezia e la susseguente "trafila"
romagnola e poi quella Toscana, quando era riuscito a raggiungere la Liguria
finalmente salvo, solo il 6 settembre 1849 i poliziotti di Vittorio Emanuele
II arrestarono
Garibaldi che credeva di essere fuori da ogni pericolo. L’opinione
pubblica si ribellò e dopo pochi giorni Garibaldi dovette essere rilasciato
per ripartire per un nuovo esilio dopo una breve sosta a Nizza per salutare
la madre che vide per l'ultima volta.
Abbiamo visto come
Garibaldi fosse definito dagli austriaci audace e intraprendente condottiero,
poi ardito guerriero, mentre ora si è venuti a conoscenza dei rapporti
che Radetzky inviava direttamente all'imperatore e qui troviamo che la
Legione garibaldina è definita banda di masnadieri (12 luglio 1849) oppure
schiera degli insorti (28 luglio 1849) od ancora bande garibaldine (5
agosto 1849). E il famoso bando di Gorzkowski, come abbiamo visto, parla
di pericolosi individui e di delinquenti (5 agosto 1849). Ovviamente questi
giudizi sono influenzati dalle diverse situazioni del momento. Garibaldi
e i suoi volontari furono sempre una spina nel fianco dell'impero austriaco
che in quegli anni conosceva molte e tormentate vicende anche su altri
territori, e specialmente in Ungheria.
Ma la storia ha fatto giustizia di tutti
i fraintendimenti e delle volgari insinuazioni che non mancarono anche
nei confronti dell'uomo puro e leale al quale, insieme con le predicazioni
di Mazzini, si deve il maggior merito per il raggiungimento dell'Unità
d'ltalia.
Tino Dalla Valle
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