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Uno straordinario personaggio,
emerso particolarmente nei giorni della gloriosa Repubblica Romana del
1849, fu
Angelo Brunetti, meglio conosciuto come
Ciceruacchio. Era figlio
di un maniscalco, nato a Roma nel settembre del 1800. Commerciante di
bestiame e foraggi, era un popolano autentico di carattere vivacissimo
e di notevole intelligenza. Non è chiaro da dove venisse il soprannome
che lo distingueva; ma come
Ciceruacchio era conosciuto da tutti i romani
ed era soprattutto notissimo nella zona del porto di Ripetta, sulla
riva sinistra del Tevere.
Ciceruacchio
era un cattolico osservante, ma aveva aderito alla Carboneria nel 1828
e cinque anni dopo si era affiliato alla Giovane Italia.
Distintosi
fra i sostenitori di Pio IX nel primo periodo liberale del suo pontificato,
fece presto a dissociarsi da quel papa quando questi diede al suo pontificato
un carattere reazionario antipopolare.
A questo proposito vorrei ricordare che
Ciceruacchio si schierò dalla parte degli ebrei nel 1847 quando
il Papa consentì loro di esercitare le attività commerciali anche fuori
dal ghetto (che sino ad allora erano state proibite) e
Ciceruacchio
partecipò di persona all'abbattimento del muro che chiudeva appunto
il ghetto.
Ma, quando alla fine del 1847 e agli inizi dell'anno successivo gli
elementi più retrivi della corte pontificia presero il sopravvento ispirando
dure misure antipopolari, Ciceruacchio si schierò apertamente contro
la Curia e divenne un punto di riferimento per tutti gli anticlericali,
tanto che nel gennaio 1848 la principessa Cristina Trivulzio Belgioioso
che si recò da Milano a Roma per una missione politica affidatale da
Mazzini, oltre ad incontrare
alcuni personaggi della nobiltà e della cultura noti per i loro sentimenti
liberali, volle incontrare anche Ciceruacchio che era ormai il più conosciuto
capopopolo di Roma. E facile perciò comprendere quale sia stato l'atteggiamento
di Ciceruacchio durante la breve esperienza della Repubblica Romana
del 1849. Egli organizzò trasporti di armi e munizioni per i difensori
della Repubblica e si preoccupò di far passare attraverso le maglie
dell'assedio che stringeva Roma, bestiame e cibi per la popolazione
affamata.
Non rifarò qui la storia della Repubblica Romana che è ben conosciuta;
ma voglio ricordare come Ciceruacchio, aiutato dai due figli Luigi e
Lorenzo, organizzò anche infermerie e punti di ristoro per i combattenti
e, secondo la testimonianza di chi lo vide in quei giorni,
Ciceruacchio
era dappertutto, ovunque si potesse aiutare lo sforzo dei difensori
della Repubblica.
Quando
Garibaldi, la sera del 2 luglio lasciò a Roma - dove ormai era cessata
la resistenza contro l'assalto dei francesi - per dirigersi verso Venezia
insorta, che ancora resisteva all'assedio austriaco, i tre Brunetti
seguirono la Legione e furono con Garibaldi anche all'uscita da San
Marino, diretti a Cesenatico per imbarcarsi verso Venezia nella notte
del 31 luglio 1849. Bloccata la flottiglia garibaldina al largo di Punta
Maestra, come è ben noto, Angelo Brunetti "Ciceruacchio"
con il figlio Luigi, che era sospettato dell'uccisione di Pellegrino
Rossi, ed il giovanissimo Lorenzo di appena 13 anni si unirono ad un
piccolo gruppo di sbandati i quali vagarono disordinatamente per alcuni
giorni nella zona del Delta fra persone infide che segnalarono agli
austriaci la loro presenza.
Catturati il 10 agosto dai croati comandati dal
tenente Luca Rokavina furono fucilati la notte stessa senza alcun processo.
Allineati sulla golena dell'argine destro del Po di Tolle, mentre i
soldati caricavano i fucili, Ciceruacchio chiese che fosse risparmiato
il figlio Lorenzo, ancora tanto giovane. Il tenente Rokavina finse di
aderire e invece ordinò di sparare prima a Lorenzo che, caduto a terra
per le ferite ricevute, fu finito dai croati con i calci dei fucili.
Poi furono fucilati gli altri e malamente sepolti nel luogo della esecuzione.
L'episodio fu subito conosciuto nei paesi del Polesine perchè erano
presenti gli uomini che scavarono le fosse, ma ci fu confusione sulle
persone dei fucilati poichè Angelo, Lorenzo e Luigi Brunetti avevano
dato cognomi falsi nei brevi interrogatori cui tutti erano stati sottoposti.
L'atto di morte figura nella "cronistoria" della chiesa di
San Nicolò che e la parrocchia di Cà Venier, allora in Comune di Porto
Viro, oggi di Porto Tolle.
Don Sante Manzetto, attuale parroco di Cà Venier custodisce il quaderno
manoscritto di quella cronistoria. La grafia e la firma sono quelle
di don Marco Sarto, parroco di quell'epoca.
Il documento dice infatti:
Lì, 11 agosto 1849
Per ordine dell' I. R. Comando Militare, stazionato in Cà Tiepolo sino
dai primi giorni del p.p. Maggio, alle ore 12 e mezzo della scorsa notte
vennero ivi fucilati, e sepolti nel luogo della eseguita fucilazione
i seguenti individui:
1. Ramorino O. Stefano, Sacerdote Genovese
2. Parodi Lorenzo, Genovese
3. Lodadio Francesco, Romano
4. Fraternali Gaetano, Romano
5. Bossi
Luigi, Romano
6. Baciagalussa Paolo, Romano
7. Bellazzi Angelo padre
8. Bellazzi Lorenzo figlio, Romani
A causa di quei cognomi alterati (che i tre Brunetti
avevano dichiarato per non farsi riconoscere), non si ebbe subito la
certezza della morte di Ciceruacchio e dei suoi figli, oltre che degli
altri loro compagni; anche perchè i croati cercarono invano di tenere
nascosto l'episodio sul quale solo assai più tardi è stata fatta piena
luce, soprattutto per opera di studiosi locali. Queste incertezze sui
nomi consentirono ad alcuni ignobili speculatori di estorcere denaro
alla moglie di
Ciceruacchio con la promessa di farle incontrare il marito e i
figli, mentre circolavano voci che Ciceruacchio ed i suoi figli fossero
emigrati in America o che, addirittura, fossero fra i vivandieri dell'esercito
italiano alla guerra di Crimea del 1854 - 55. Oggi i loro resti sono
nell'ossario del Gianicolo, sotto il monumento che custodisce la memoria
degli eroici difensori della Repubblica Romana.
Si concluse così la gloriosa avventura del
Ciceruacchio e dei suoi figli, mentre le mondine delle risaie tra
i rami del Delta del Po cantavano una filastrocca di origine popolare
ispirata dal tradimento di cui gli otto garibaldini (ma allora pareva
solo sette) erano stati vittime. Essa diceva:
"Fiol d'un can d'un Pelli / che t'ha tradì chi sette
/ in mezzo a ghiera un prete / e el fiol del dotor"
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