6 agosto 1849: Giuseppe
Garibaldi vuole raggiungere Venezia, percorre la pineta San
Vitale e
giunge a Porto Corsini, ma di fronte alla fabbrica vecchia è costretto
ad abbandonare il progetto. Il racconto si richiama ai fatti realmente
accaduti integrati con alcune note curiose sull’economia dei territori
e sulle abitudini locali.
L’eroe col sostegno degli uomini della trafila è in
fuga da Sant’Alberto; lo accompagna il fido capitano
Leggero ed ha le
truppe austro-papaline alle calcagna. Passato Mandriole, dove da poche
ore giace il corpo di
Anita, il gruppetto scivola all’interno della
pineta San Vitale diretto a sud. Il sentiero nel bosco è più sicuro,
distante quanto basta dalla strada Romea, percorsa dalle truppe
nemiche e consente di raggiungere senza essere visti
Porto Corsini,
dove poter noleggiare un
bragozzo per mettere in pratica l’idea fissa
di Garibaldi: liberare Venezia.
Occorre procedere per alcuni chilometri su percorsi accidentati lungo
una macchia verde
che si snoda su una superficie complessiva di 5000 ettari e copre
tutta la fascia costiera di Ravenna. E’ un bosco immenso – viene
spiegato al generale - con 500 mila alberi di pino domestico, querce,
ontani e pioppi. Sotto il governo un po’ distratto dello Stato e della
municipalità, dava sollievo a tanta gente. Il business più redditizio
(diremmo oggi) è quello dei
pinoli. Se ne raccolgono 700 mila
quintali/anno, seguono il legname e il pascolo del bestiame (cavalli,
bovini e ovini).
Il reddito complessivo del bosco è di 4000 scudi.
Garibaldi chiede più
dettagli e l’accompagnatore più istruito, lo informa che la
lavorazione dei pinoli incide sul ricavato del bosco per il 75%,
contro il 17% del legname. Gli viene spiegato inoltre che il legname
è
usato per produrre carbonella, per costruire infissi, mobili. Molti
pini vengono poi sacrificati per manutenere le palificazioni
all’imboccatura del porto di Ravenna. L’uso della pineta è regolato da
usi civici, da concessioni municipali e governative ed è per questa
ragione che s’incontra gente in giro: guardie pinetali, sorveglianti
di bestiame (di proprietà di famiglie benestanti e società),
cacciatori, persone del posto con diritto di legnatico (a quel tempo
questo diritto era riconosciuto a 2000 persone), incaricati della
manutenzione della pineta e pescatori delle vicine valli. Il bosco
presenta zone di sofferenza e degrado.
Ci sono pini secchi e radure dovute alla scorretta sistemazione delle
acque, e alle esondazioni del fiume Lamone. L’elevato numero di
animali da pascolo e l’abuso nella raccolta della legna hanno fatto il
resto. Danni che le bonifiche del XX secolo, il gas metano per il
riscaldamento, il mutato senso civico delle popolazioni e le campagne
di piantumazione di nuovi pini, non hanno risolto affatto. “Caro
Garibaldi, oggi sono sopraggiunti due nemici più subdoli: la
subsidenza che affoga le radici e uccide i pini e l’inquinamento
atmosferico”. E’ necessario ripararsi con cura per evitare di essere
visti e segnalati.
In certi momenti occorre muoversi in silenzio, ricurvi e in mezzo ai
rovi. Il gruppetto, giunto nei pressi della pialassa
Baiona abbandona
la pineta e s’imbarca su un
battello per farsi condurre nei pressi del
porto di Ravenna, dove cercare un
Leggero verso il nord Adriatico. Percorre i canali della pialassa al
riparo della canni palustri. Il gruppo procede in silenzio perchè
anche questi luoghi sono frequentati da gente “clandestina” dedita
alla caccia e alla pesca. La ricerca del porto li conduce in vista
della fabbrica vecchia e marchesato; edifici di buona fattura
costruiti a ridosso del canale Corsini. Il luogo si presta per
riprendere i contatti con la “trafila”. E’ frequentato da gente
conosciuta. I due fabbricati – per chi giunge dalla
fabbrica vecchia”.
Altri 48 abitanti del luogo risiedono nelle case lunghe, poco
distanti e di proprietà comunale. Nell’edificio della fabbrica vecchia
sono presenti una piccola chiesetta, un’osteria, alloggi, l’ufficio
del dazio, il cancelliere di sanità, il posto di guardia e il mercato
del pesce. Il luogo è frequentato da soldati in uniforme: Garibaldi e
Leggero vengono condotti, da Francesco Sarti, al più sicuro capanno da
caccia del Pontaccio, in uso ad una società di cacciatori.
Il capanno è in muratura ed ha il tetto in canne palustri. E’ stato
ricostruito a poca distanza (1500 metri) dalla fabbrica vecchia, dopo
l’incendio del 1844, per essere usato come ricovero attrezzi per la
pesca e la caccia in valle.
Garibaldi è inquieto,
desidera ancora trovare un’imbarcazione sicura, per dirigersi verso
Venezia. Ma consigliato dei patrioti ravennati, ben informati sulla
dislocazione delle forze nemiche abbandona l’impresa e prosegue la
fuga verso Ravenna.