Pubblichiamo, dal “Corriere della Sera” del 25 gennaio 2005, la
risposta del Prof. Sergio Romano ad un lettore del
quotidiano, il quale gli aveva chiesto se era ancora attuale
il pensiero politico di Giuseppe Mazzini e se poteva costituire un
argine alla deriva federalista degli ultimi anni.
“Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805. Cade quest’anno
quindi il secondo centenario della sua nascita. La Domus Mazziniana
di Pisa, la Mazzini Society presieduta da Giuliana Limiti e altre
associazioni hanno certamente un programma di celebrazioni e
convegni. Mi auguro che si parli di lui nelle scuole e che tornino
in libreria le ultime biografie (quelle di Denis Mack Smith e Romano
Bracalini) insieme, magari, ad alcuni dei libri pieni di ammirazione
che gli furono dedicati dagli scrittori angloamericani dopo la
morte. Mi piacerebbe soprattutto che un convegno studiasse la sua
influenza sui movimenti nazionali del suo tempo e delle generazioni
successive.
Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno e padre morale dello
Stato di Israele, fu certamente ispirato dai suoi scritti. Il
presidente americano Woodrow Wilson propose alla
mondo, dopo la fine della Grande guerra, un’organizzazione fondata
in parte sul suo pensiero. Tutto il movimento nazionale indiano, da
quello democratico di Gandhi a quello autoritario di Chandra Bose,
risente di una forte ispirazione mazziniana.
Ma anche il siriano Michel Aflaq, fondatore del partito Baath, guida
spirituale di Saddam Hussein, era stato, durante i suoi studi a
Parigi un appassionato lettore di Mazzini.
Mi piacerebbe, tuttavia, che non venisse tirato da una parte e
dall’altra, su cui è oramai impossibile interpellarlo. Fu un
protagonista del suo tempo, animato da un forte ideale,
pronto a servirsi della violenza, costretto ad adattare la sua
strategia alle condizioni del momento e alle mosse del nemico.
Quando morì nel 1872, il Times di Londra salutò la scomparsa di un
uomo “che era stato temuto anche di più di quanto fosse stato amato,
un uomo la cui partenza dal teatro dell’azione non sarà una notizia
sgradita per numerosi membri coronati o spodestati della famiglia
dei sovrani europei”.
Ebbe molti nemici. Nella sua biografia Romano Bracalini ricorda che
Karl Marx lo definì “un vecchio asino reazionario”.
Molti governi europei lo cacciarono dai loro territori. Quello del
suo Paese lo condannò a morte. Poi, una generazione dopo la sua
scomparsa, molti cominciarono a trovare nelle
sue opere ciò che maggiormente conveniva ai loro programmi politici.
Un lettore, Giuseppe Bigotti, mi ha ricordato che Mazzini credeva
nell’italianità della Corsica. E’ vero, e avrebbe
potuto aggiungere che erano italiani, per lui, anche il Ticino,
Malta, Nizza e il Tirolo del Sud fino al Brennero: un programma che
piacque all’Associazione nazionalista di Luigi Federzoni e più tardi
a Mussolini. I repubblicani ne fecero un apostolo dell’Italia
repubblicana, ma scivolarono sul fatto che in alcuni momenti avrebbe
accettato di venire realisticamente a patti con la monarchia. In un
discorso alla Camera, dopo il dirottamento
dell’Achille Lauro e i fatti di Sigonella, Bettino Craxi, allora
presidente del Consiglio, confrontò Arafat e Mazzini.
Aveva torto? Non interamente. Mazzini era stato fortemente colpito
dalla guerriglia spagnola contro Napoleone e conosceva l’opera sulla
“guerra per bande” di un carbonaro italiano, Carlo Bianco, che aveva
combattuto in Spagna con i costituzionali durante gli anni Trenta.
Nel 1853 scrisse un breve compendio di regole in cui sosteneva , tra
l’altro che le bande avrebbero dovuto vivere di esazioni imposte ai
nemici della causa nazionale. Ma aggiunse che i guerriglieri avevano
l’obbligo di rispettare le donne, la proprietà privata, i diritti
individuali e il raccolto della terra. Per questo, Mazzini
appartiene al suo tempo. Occorrerà approfittare del secondo
centenario della nascita per studiarlo, ma evitare di usarlo per
queste beghe quotidiane”.