| Garibaldi
trova rifugio nel capanno del Pontaccio
La mattina arriva il Fabbri accompagnato
da Gaetano Montanari, detto Sumaren, che dovrà oramai sostituire
Dighèn non pratico dei nuovi difficili luoghi da attraversarsi
dai profughi. Il
capanno ove si trovano non è però ritenuto sicuro.
Così impadronendosi di un
battello attraversano il Taglio si addentrano nel folto dello
Staggio del Bardello, ove Fabbri espone a Garibaldi il piano combinato
dai patrioti di Ravenna per condurlo a salvamento. Indi il Fabbri col
Faggioli se ne vanno a Sant'Alberto con promessa del Fabbri di ritornare
nel pomeriggio. Così avviene; poi verso le ore 16 si congeda nuovamente
dai profughi insieme a Dighèn il quale, con grande commozione,
riceve da Garibaldi il regalo di un mantello che conserverà come una reliquia
(*) .
Sumaren, secondo
le istruzioni ricevute, conduce nel proprio
battello i profughi all'argine del canale Baiona, della pialassa omonima;
ma, per imperfetta intelligenza non trova i patrioti ravennati che avrebbero
dovuto rimanere in attesa di Garibaldi.
Allora prosegue fino presso allo sbocco
della Baiona nel Canale Corsini. Celati i profughi fra le «grasselle»
della pialassa, Sumaren si avvia solo verso Porto Corsini ed incontra,
a caso, un suo conoscente detto «Bòliga» (Pietro
Sarti) e con lui si accorda di rifugiare i profughi al
Capanno di
caccia detto del Pontaccio (20) fra pineta
e valle. All'uopo il
Bòliga cerca e trova alla fabbrica vecchia (Portocorsini) il cugino Francesco Sarti e con lui,
col suo battello,
conduce i profughi al Capanno ove arrivano alle 19,30. Forzata la porta
entrano nel Capanno. Garibaldi, fisso al proposito di accorrere alla difesa
di Venezia, invia immediatamente i due cugini Sarti alla ricerca di un
natante per raggiungere la meta.
Il Capanno Pontaccio, diviene poi il «Capanno Garibaldi» perché offrì sosta
e riposo al Generale e consentì la prosecuzione della «Trafila» ravennate, che portò al felice salvamento del Generale.
Anni dopo, al fine di assicurare la
conservazione del capanno, il sodalizio della «Unione democratica» ravennate,
con scrittura notarile del 20-8-1867, firmata dai suoi dirigenti e delegati
Carlo Missiroli, Gaetano Savini ed Antonio Rambaldi, ne acquistò la proprietà.
Discioltosi poi il Sodalizio dell'Unione nel 1874, alcuni soci di essa,
per iniziativa di Primo Uccellini, costituirono nel 1879 la «Società Conservatrice del
Capanno Garibaldi», il cui primo Statuto fu approvato il 21 ottobre 1882.
In esso si legge che la Società si compone
di 52 cittadini il cui numero non potrà aumentarsi, lo scopo fu allora,
ed è tuttora, quello di «mantenere inalienabili i suoi diritti sul medesimo
Capanno Garibaldi e curarne la scrupolosa conservazione, affinché sia
tramandato ai posteri come sacro monumento di affetto e di ammaestramento».
(*)
Si conserva ora al Museo Ravennate. |